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Josué Estébanez, un giovane basco arruolato nell’esercito spagnolo, aveva 23 anni quella Domenica mattina dell’11 novembre 2007, giorno in cui la sua vita cambiò.
I fatti si svolsero nella metropolitana di Madrid, stazione Legazpi, così chiamata in onore del celebre conquistatore e fondatore nel 1571 di Manila nelle Filippine, che come lui era due volte spagnolo, una per essere spagnolo e l’altra per essere basco.
Josué si dirigeva a una manifestazione politica per l’identità nazionale e di denuncia delle politiche di immigrazione incontrollata, manifestazione legale convocata dal partito identitario Democracía Nacional.
Fu il primo spagnolo ad essere condannato per odio ideologico, come i fatti giudiziari che seguirono mostreranno.
Josué viaggiava solo e alla fermata di Legazpi salirono sul vagone una squadriglia organizzata di Brigate Antifasciste (B.AF.). Era una settantina di teppisti che, armati di coltelli e tirapugni, si erano attardati con l’obiettivo di andare a caccia di patriottisti sociali.
All’incontro con Josué, che identificarono per la felpa che aveva indosso, iniziarono a stuzzicarno, deridendolo e minacciandolo; data la gravità in cui versava la situazione e vedendo il pericolo in cui si trovava, dovette difendere la propria vita, a costo di quella di coloro che con tanta arroganza venivano a prendere la sua.
Fu una legittima difesa, senza dubbio, era in gioco la sua vita contro quella degli altri. Il video che registrò tutti i fatti fu censurato e manipolato dalle istituzioni di polizia. Diffuso giorni prima del processo creò la gogna mediatica necessaria a far recepire il fatto dall’opinione pubblica.
Il video mostra come avvenne l’aggressione del tutto impari e la difesa di Josué a partire dalla salita dei teppisti sul vagone. Braccato dai suoi aggressori, disorientato per l’accaduto, Josué si consegna agli agenti di polizia che incontra sulla strada; e pur essendo a loro consegnato riceve un colpo brutale da parte dei suoi aggressori che rischia di fargli perdere un occhio.
Dopo un anno in una prigione militare e lavori socialmente utili lo trasferiscono, senza preavviso nè a lui nè alla famiglia, nella casa circondariale di El Puerto de Santa María (Cadice), considerata una delle più pericolose di Spagna, a più di 1000 km dai famigliari.
Dopo un processo farsa fu condannato a 26 anni e 7 mesi di prigione con l’aggravante di odio ideologico, primo caso nel diritto spagnolo.
Attualmente sconta la sua condanna in un carcere nella spagna del nord, incaricato della gestione di un laboratorio di ceramica e supervisiore delle attività sportive.
L’unica vittima di questa storia fu Josué, un giovane a cui strapparono la gioventù; un soldato che si vide forzato a difendere la sua integrità fisica, la vita e conseguentemente ad essere per questo castigato.
Chiediamo a tutti di non dimenticarlo mai e di continuare a diffondere la sua storia.
Difender la tua vita non è un delitto
¡¡¡JOSUÉ LIBERTAD!!!

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